Il Simurg

Jorge Luis Borges – 1957
dal Manuale di zoologia fantastica

Il simurg è un uccello immortale che nidifica tra i rami dell’Albero della Scienza; Burton l’accosta all’aquila scandinava che, secondo l’Edda Minore, conosce molte cose e fa il nido tra i rami dell’Albero Cosmico, chiamato Yggdrasill.
Il Thalaba (1801) di Southey e la Tentazione di Sant’Antonio (1874) di Flaubert parlano del Simorg Anka; Flaubert lo abbassa a servitore della regina Belkis e lo descrive come un uccello di piumaggio aranciato e metallico, dalla testina umana, provvisto di quattro ali, di artigli di avvoltoio e di un’immensa coda di pavone. Nelle fonti originali il simurg è più importante. Firdusi, nel Libro dei Re, che raccoglie e mette in versi antiche leggende dell’Iran, lo fa padre adottivo di Zal, padre dell’eroe del poema. Farid al-Din Attar, nel secolo XIII, lo innalza a simbolo o immagine della divinità, nell’opera intitolata Mantic-al-tayr (Dialogo degli Uccelli). L’argomento di questa allegoria, che occupa circa quattromilacinquecento distici, è curioso. Il remoto re degli uccelli, il simurg, lascia cadere in mezzo alla Cina una piuma splendida; gli uccelli risolvono di cercarlo, stanchi della loro antica anarchia. Sanno che il nome del loro re significa trenta uccelli; sanno che la sua reggia è nel Kaf, la montagna o cordigliera circolare che cinge la terra. Al principio, per paura, alcuni uccelli si schermiscono: l’usignolo allega il suo amore per la rosa; il parrocchetto la sua bellezza, che gli è ragione di vita ingabbiata; la pernice non può prescindere dalle colline, né la gazza dalle paludi, né il gufo dai ruderi. Alla fine, si lanciano nella disperata avventura; superano sette valli, o mari; il nome del penultimo è Vertigine; l’ultimo si chiama Annichilamento. Molti dei pellegrini disertano; altri periscono nella traversata. Trenta, purificati dalle proprie fatiche, toccano la montagna del simurg. Lo contemplano finalmente: s’accorgono che essi stessi sono il simurg, e che il simurg è ciascuno di loro e tutti loro.

Il cosmografo Al-Qazwini, nelle sue Meraviglie del creato, afferma che il simurg Anka vive mille e settecento anni, e che il padre, quando il figlio è cresciuto, accende un rogo e si brucia. Questo, osserva Lane, ricorda la leggenda della Fenice.


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