La violenza del femminismo razzista

Riporto un articolo apparso su Facebook, scritto da Marina Benedetti di TrentoAttiva.
Articolo che condivido in pieno.
Brava Marina!!!

La violenza del femminismo razzista

In una delle mie rare escursioni televisive mi sono imbattuta in un dibattito acceso su burka e dintorni:

Una nota esponente politica si ergeva paladina dei diritti delle donne, una discussione surreale sulla subordinazione delle donne immigrate nel nostro paese dal mondo islamico, condotta trascurando completamente aspetti come la povertà e il razzismo, senza tener in alcun modo conto del contesto in cui vengano modellate l’esperienza di una donna e il suo comportamento. Si discuteva considerando pregiudizialmente le donne immigrate vittime passive, in attesa di venir salvate dal potente braccio della legge e dalla generosità del femminismo ” bianco “

D’accordo; in campagna elettorale ogni arma è lecita, ogni piazzata ha il proprio serbatoio di voti, ma inquieta il paradosso di abbracciare battaglie e valori progressisiti usando metodi e modi conservatori. L’intento è chiaro: combattere il multiculturalismo con l’arma spuntata del razzismo, sbandierando il solito ” a casa mia decido io”, ma questa volta per il bene delle donne !!

Il razzismo si è evoluto, è meno esplicito, si è cammuffato da femminismo, usando una narrativa difensiva, strumentalizza le donne ed è , se possibile, ancora più subdolo perchè tende a insinuarsi nelle coscienze.

L’errore madornale sta nel pensare che i diritti umani, nel caso specifico quelli delle donne, siano concetti occidentali anzichè patrimonio di tutti e non che, per ragioni tutte da indagare, alcuni ci siano arrivati prima di altri. Si tenta di difendere una cultura, la nostra, che ha fatto le proprie conquiste proprio grazie a chi ha sfidato la mentalità di persone come loro che, in quel momento storico, vedevano nella cristallizzazione della società il migliore dei mondi possibili.

Queste battaglie demagogiche si inseriscono nel filone di pensiero per cui la libertà delle donne musulmane deve essere il prodotto di norme governative, una sorta di emancipazione imposta dall’alto, come se la storia non insegnasse che i movimenti di liberazione partono sempre dal basso e sono il risultato di bisogni e prese di coscenza per, solo in un secondo tempo incidere nella sfera giuridica.

Sopratutto credo sia incoscente e pericoloso, sottovalutare la reazione fisiologica di chiusura delle comunità islamiche a questi tentativi maldestri di integrazione forzata, con il rischio reale di un peggioramento della condizione femminile, il risultato sarebbe quello di chiudere le donne fra la doppia tenaglia dell’imposizione della legge e il comunitarismo patriarcale.
Nessuno nega il problema, le donne musulmane, spesso, non possono godere pienamente dei diritti riconosciuti, nel nostro paese a tutti, uomini e donne, ma è innamissibile aggiungere alle pressioni famigliari e comunitarie la nostra ostilità travestita da femminismo.

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