Donne, Lavoro, Economia e Pari Opportunita’

Continuo il mio lavoro sulla ricerche di leggi, oppurtinita’, vantaggi (?!?) e protezioni di cui possono avvantaggiarsi le donne nella ricerca di un lavoro.

Sono graditi commenti e chiarificazioni.

DONNE – LAVORO – ECONOMIA E PARI OPPORTUNITA’

Leggi, raccomandazioni, interventi e stanziamenti finanziari riguardanti l’imprenditoria femminile e, più in generale, il lavoro femminile, rientrano nell’ambito delle pari opportunità tra uomini e donne, “Mainstreaming di Genere”, un principio la cui applicazione investe tutta l’Unione Europea, singoli Stati, Regioni ed Amministrazioni locali.

L’accesso al mondo del lavoro, la parità di trattamenti retributivi, il conferimento degli incarichi direttivi in tutta Europa è ostacolato per le donne, da molti fattori alla cui base è il mondo lavorativo che è “calibrato sulle esigenze maschili a scapito delle necessità della donna e della famiglia”. Allo scopo di livellare questo dislivello, da alcuni anni sono stati messi in atto strumenti normativi e finanziari onde favorire l’inserimento e la partecipazione della donna nel mercato del lavoro a tutti i livelli.

Il Consiglio Europeo ha adottato le Direttive 2000/43/CE e 2000/78/CE che forniscono il quadro generale per la parità di trattamento tra i sessi in materia di occupazione e condizioni di lavoro. Ha quindi emanato la Direttiva 2002/73/CE in materia di trattamento tra uomini e donne che l’Italia ha recepito con il Decreto Legislativo n. 145 del 30/5/2005 (cfr. G.U. n.173 del 27/7/2005).

Tra gli innumerevoli organismi istituzionali da ricordare, all’interno del segretariato delle Nazioni Unite, la “Division for the Advancement of Women (DAW)”, che si occupa delle questioni di genere.

Nel 2008 è nata la “European Commission’s Network of women in decision-making in politics and economy”, per facilitare lo scambio di una buona prassi nei processi decisionali per il miglioramento della parità di genere, (http://ec.europa.eu/social/main.jsp?langId=en&catId=418).

Da citare inoltre l’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere (http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=2&langId=en&acronym=contact );

mentre nella promozione dell’imprenditoria femminile gioca un ruolo importante la “Enterprise and Industry DG” della Commissione Europea (http://ec.europa.eu/enterprise/index_en.htm)

la quale cerca di creare ambienti favorevoli all’avvio ed alla crescita di imprese femminili.

Consulenza ed informazioni alle donne imprenditrici sono anche obiettivi della “Rete europea per promuovere l’imprenditoria femminile (WES)” (http://temi.provincia.milano.it/donne/osservatorio_imprenditoria/osservatorio_ar.php?info=50&cat=4&zona=EUROPA).

L’Unione Europea attraverso la “Comunicazione COM 2006 – Tabella di marcia per la parità fra le donne e gli uomini 2006-2010” ha individuato alcuni obiettivi da perseguire in tema di parità: indipendenza economica, equilibrio tra attività professionale e vita privata, rappresentanza nel processo decisionale, con non meno attenzione alla eliminazione delle forme di violenza fondate sul genere, e dei preconcetti e pregiudizi sessisti. Gli strumenti finanziari a supporto delle azioni programmate sono in “Progress 2007-2016” http://europa.eu/legislation_summaries/employment_and_social_policy/community_employment_policies/c11332_it.htm

Prendendo in considerazione l’Italia e la nostra Costituzione, la pari dignità ed uguaglianza di tutti i cittadini è già sancita negli articoli 3, 4, 29, 37 e 51.

La legge n.903 del 09/12/1977 sulla “Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro” sancisce l’uguaglianza e punisce le discriminazioni di genere; la legge n. 125 del 10/04/91 “Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro” e la più nota legge n. 215 del 25/02/92 “Azioni positive per l’imprenditoria femminile” si interessano prevalentemente alle donne.

Le direttive europee sono recepite, oltre al citato Decr.Legislativo N. 145, in altre fonti legislative nazionali e locali quali il Decreto legge n.198 del 11/4/2006 “Codice delle pari opportunità tra uomo e donna” che dedica il cap.V, art. 21 e 22, alla promozione dell’imprenditoria femminile disciplinando il “Comitato per l’imprenditoria femminile”, un organo interministeriale cui partecipano rappresentanti degli Istituti di credito, del commercio, della piccola industria, artigianato ecc.

Presso le Camere di Commercio sono poi istituiti dei “Comitati per la Promozione dell’Imprenditoria Femminile(http://www.unioncamere.eu/content/view/13/38/lang,it/).

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La moltitudine di leggi, decreti e raccomandazioni, sostenuta da relativi finanziamenti, unita ai molteplici Comitati promotori e Osservatori sorti a livello soprannazionale, statale e regionale, fino a livello locale, lascia intendere quanto sia ancora lontana la realizzazione di una vera parità tra i sessi.

La questione, infatti, non è tanto l’esistenza di leggi, ma la loro effettiva applicazione.

Pur vantando una normativa, nel complesso, non è inferiore a quella di altri Paesi europei, in Italia persiste una consuetudine quotidiana, un costume che ignora i cambiamenti dettati dalla legge, una deregulation che tiene in poco – o nessun – conto l’evoluzione della donna nella realtà odierna, riconosciuta, nell’ambito societario, da quelle stesse leggi.

Il principale nodo da sciogliere è culturale e risiede nel concetto tipicamente italiano di famiglia.

Deriva dai ruoli imposti nella vecchia, tradizionale “famiglia patriarcale” nella quale la donna è inserita in posizione ancora sottomessa all’uomo, padre o marito. All’uomo, la sfera pubblica, alla donna, la sfera privata, una sfera che tende ad isolarla dal mondo e la rende subalterna all’uomo.

In tempi più moderni, nel Ventennio, la filosofia non cambia: una serie di incentivi sociali ed economici a favore della famiglia numerosa, incoraggiano e sospingono la donna al ruolo di “madre”, produttrice di figli e dispensatrice di cure al marito ed agli anziani. Per non parlare, infine, della tradizione cattolico-cristiana che ancora oggi ritiene la donna colpevole della crisi della famiglia perché rifiuta il “suo ruolo tradizionale” nell’ambito della famiglia stessa.

La subalternità all’uomo, la cristiana sopportazione dei soprusi e delle violenze domestiche nonchè la devozione alla Chiesa non sembrano essere più moneta corrente.

La situazione in tutta Europa ed in molti settori è in evoluzione con rapidi mutamenti. Un sempre maggior numero di donne entra nel mercato del lavoro, una moltitudine che vanta una preparazione superiore a quella degli uomini ed un grado d’istruzione di base piu’ alto.

In Italia la situazione è in notevole ritardo rispetto al mondo industrializzato. Gli obiettivi fissati dalla Strategia di Lisbona (2000) che impegnava l’Italia a raggiungere il 60% di occupazione femminile entro il 2010, è di la’ da venire: non si è neppure raggiunto l’obiettivo intermedio che era del 57% entro il 2005.

Rispetto all’Europa, quanto ad occupazione femminile, siamo al penultimo posto, superando solo Malta. Tra i paesi dell’OCSE, solo Messico e Turchia presentano tassi di occupazione femminile inferiori al nostro. Il nostro tasso medio, del 46,3%, è di undici punti inferiore alla media europea.

Eppure anche in Italia le donne mostrano livelli di istruzione superiori a quelli degli uomini: le laureate sono oltre il 57% contro il 43% dei laureati maschi; i loro voti sono più alti anche in facoltà tipicamente maschili, inoltre frequentano più corsi post-laurea dei colleghi maschi.

Dove finisce, dunque, questo potenziale di sviluppo e ricchezza?

Purtroppo in forme di lavoro atipiche, nel lavoro nero, nel precariato; per di più sottopagate rispetto agli uomini. Una ulteriore forma di discriminazione, questa, la cui conseguenza è l’aumento della femminilizzazione della povertà, da cui deriva una drastica e continua diminuzione della natalità.

E’ necessario intervenire non solo per un pur sano diritto di parità, me per una esigenza socio-economica che investe lo sviluppo del Paese.

E‘ opinione ormai ampiamente condivisa in tutto il mondo, tra economisti ed esperti del lavoro che le donne rappresentano una risorsa fondamentale per lo sviluppo economico di un paese. Scarsa produttività, carenza di profili professionali adeguati, aumento dell’invecchiamento della popolazione lavorativa possono essere combattuti incrementando l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro. Ed è altrettanto noto che, in quei paesi dell’OCSE che vedono una maggiore partecipazione femminile al lavoro, vi è un aumento della natalità.

La situazione italiana, anche in considerazione dell’attuale crisi economica, avrebbe molto da guadagnare nel favorire il lavoro femminile sostenendo, contemporaneamente, l’ascesa professionale delle donne.

Per raggiungere un qualche risultato non è però sufficiente mettere in campo politiche e strumenti istituzionali atti a valorizzare il potenziale femminile, se, contemporaneamente, non si agisce per una evoluzione culturale del paese:

– a livello sociale, per abbattere gli stereotipi di genere;

– familiare, per una equa condivisione del lavoro all’interno della famiglia;

– aziendale per l’abbattimento delle discriminazioni sul posto di lavoro.

Se l’occupazione femminile rappresenta un volano per far crescere il PIL, sbloccare la disoccupazione femminile attraverso politiche di sostegno alla donna ed alla famiglia, diventa il primo passo da affrontare. Non si tratta di valutare se le donne abbiano o meno voglia di lavorare, bensì mettere in campo politiche socio-economiche in grado di sollecitare l’occupazione tenendo presente che essa si riflette su tutta l’economia del Paese.

In molti paesi dell’OCSE, in alcune Regioni italiane ed in qualche azienda particolarmente sensibile, sono allo studio meccanismi a sostegno dell’occupazione femminile.

Le Aziende cosiddette Family-Friendly creano posizioni lavorative part-time o di telelavoro, forniscono l’asilo nido interno per lavoratrici mamme, concordano congedi parentali più ampi di quelli legali.

Potenziamento dell’assistenza sociale, soggiorni estivi, interventi di sostegno al reddito, asili nido e medicina preventiva, sono interventi delle Amministrazioni locali (Gender-Budgeting) che sostengono l’occupazione femminile. Così come politiche di defiscalizzazione per le nuove aziende rappresenterebbero valido incentivo all’imprenditoria femminile.

 

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Una risposta a Donne, Lavoro, Economia e Pari Opportunita’

  1. Laura Di Russo ha detto:

    Sono d’accordo su tutto… e faccio una proposta provocatoria, ma sensata: per favorire la carriera delle donne, perché non pagarle di più (a parità di incarico e di livello) degli uomini, quando hanno famiglia e figli?
    Potrebbero devolvere quel fee a collaboratori domestici per sollevarsi da qualche lavoro in casa, dedicandosi di più alla professione e alla carriera, assicurando maggiore presenza in ufficio senza ansie e sensi di colpa…. Il vero problema delle donne è questo!

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