Intervista con: Isoke Aikpitanyi – By NOPPAW

isoke aikpitanyi

Sono Isoke Aikpitanyi, ho compiuto da poco trenta anni.
Sono nigeriana, sono nata a Benin City, vivo ad Aosta dal 2003.

Di cosa ti occupi?

Mi occupo di ragazze, soprattutto nigeriane, vittime della tratta. Sono stata una di loro; arrivai in Europa nel 2000, inseguendo il sogno di un lavoro: avrei dovuto vendere frutta e verdura in un supermercato… ma capii ben presto che quella opportunità non era reale; la mia lotta contro l’obbligo di prostituirmi è passata attraverso sofferenze e violenze. Quando ne sono finalmente uscita, sono stata quasi uccisa. Per questo ho deciso di dedicarmi, volontariamente e senza compensi, al sostegno di tante: ho fondato un’associazione di vittime ed ex vittime della tratta, per dar loro voce e per essere la loro voce. Ho scritto un libro, partecipo ad eventi e manifestazioni per difendere i loro diritti e parlare dei loro drammi.

Che vita conducevi prima di venire in Italia? Pensi di incontrare difficoltà al rientro in Nigeria?

Nel mio paese facevo una vita semplice e povera, aiutavo mia madre al mercato; lasciai presto gli studi per questo, ma mia madre non ce la faceva a mantenere da sola nove figli e io cercai fortuna, sperando di poterla aiutare. Presto tornerò al mio paese per spiegare alle ragazze che dietro al sogno di un viaggio in Europa, c’è solo violenza, schiavitù, prostituzione. Sono diventata un’operatrice, non voglio definirmi una mediatrice. So che incontrerò problemi nel mio paese per svolgere questa missione, ne incontro molti anche nel mio nuovo paese, questa Italia che non sa liberarsi del tutto dal razzismo.

Pensi che il tuo lavoro possa in qualche modo stimolare la tua comunità a cambiare qualcosa? In che modo?

Sta cambiando la mentalità; le giovani africane credono un po’ meno alle storie del voodoo che spesso le soggioga e stanno imparando che le maman* non sono delle amiche, ma sono le loro prime sfruttatrici. Cambia tra le ragazze la percezione della legalità alla quale bisogna ricorrere anche se le leggi sono ostili e spesso inefficaci. Ora sto anche in un’organizzazione internazionale della comunità edo-bini (le tribù dell’Edo State di cui Benin City è capitale), quindi la mia lotta contro la tratta sta prendendo piede, ed è la lotta delle vittime che cominciano a dire basta.

Come è stata considerata la tua scelta? Chi ti ha appoggiata? Chi ti ha ostacolata?

All’inizio pochi hanno creduto in me, ero solo una ragazza uscita dalla prostituzione e denunciavo il fatto che non si sta facendo abbastanza per le vittime della tratta, nei paesi di provenienza e nei paesi di arrivo. Le stesse organizzazioni accreditate per sostenere le vittime della tratta non riescono a fare molto, ne avvicinano solo una su dieci. Molte di esse pensano che non ci si impegni abbastanza per aiutarle, e talvolta mi considerano anche colpevole. Quel che si  fa è troppo poco… Mi hanno ostacolata soprattutto i giri delle maman e dei trafficanti: sono stata minacciata, al mio compagno è stata rovinata l’auto ed è stato affrontato fisicamente da energumeni. Mi hanno ostacolato le leggi che non prevedono in nessun modo che una persona possa intervenire direttamente a sostegno di altre persone. Oggi anche i miei parenti in Africa mi mettono in guardia nel non tornare se non con una scorta, di solito questo consiglio lo si da ai bianchi, evidentemente ho dato fastidio ai trafficanti ed è esattamente quel che desideravo fare. Mi hanno appoggiata soprattutto gruppi di donne e gruppi di uomini che stanno riflettendo sulle responsabilità maschili rispetto alle violenze sulle donne. Mi hanno appoggiata molti media e alcune associazioni, ma, soprattutto, mi hanno appoggiata tante ragazze vittime della tratta.

Pensi di aver raggiunto qualche obiettivo che ti era prefissata?

Ho raggiunto un risultato: difendere la dignità delle giovani donne costrette a prostituirsi spiegando che la tratta è una cosa diversa dalla prostituzione. Purtroppo devo lottare ogni giorno, e ogni giorno affronto drammi e violenze: oltre 200 nigeriane sono state uccise in Italia negli ultimi quattro anni e, per dare un esempio di violenza, l’ultima riguarda una minorenne che si rifiutava di prostituirsi ed è stata massacrata. Aveva brandelli di carne che le cadevano dalla braccia, nella casa dove viveva la polizia ha trovato, con il Luminol, tracce del suo sangue ovunque, le hanno perfino fatto lo scalpo. I media ne parlano poco, io cerco di fare in modo che si sentano costretti a farlo. Così come è avvenuto per un viaggio di 600 disperati, partiti dalle coste africane a fine marzo e annegati tutti nel silenzio dei media e in quello delle coscienze. L’obiettivo che ho raggiunto è portare nella realtà italiana ed europea, almeno un poco, la voce delle vittime della tratta

Pensi che dovrebbe essere cambiato qualcosa nel tuo paese in relazione alla condizione delle donne? In che modo?

Il mio paese non è un paese povero: la Nigeria dovrebbe essere una potenza mondiale e, invece, la gente non tira avanti; la corruzione governa e quelli che una volta erano valori di una società antica e dignitosa sono diventati l’alibi per una corsa al business, per imitare gli inglesi colonialisti e gli americani. La donna è quella che porta avanti il peso della famiglia e dell’intera società: è una donna nigeriana ad aver combattuto i trafficanti di medicine false e mortali, sono donne a portare avanti progetti contro la tratta.. Le donne che non hanno diritti, come la mia povera mamma che sopportò la poligamia di mio padre e ne pagò le conseguenze, finendo col morire giovanissima, di fatica e malattia. Eppure, dico io, quando lei è morta ho sentito che dovevo ricordare la lezione di dignità che mi aveva dato e anche se i trafficanti avevano cercato di sottomettermi e annullarmi, ho alzato la testa, ho preso voce e sono diventata una donna di cui forse mia mamma sarebbe orgogliosa. La donna africana è la continuità del meglio dell’Africa. E quando finirà il business e l’abbrutimento, anche le donne che diventano sfruttatrici, le maman, scompariranno. Questo cambiamento può avvenire in un solo modo: tutte le donne devono alzare la testa e la voce, prendere il ruolo che compete loro nella società, contribuire a crescere i maschi con una nuova e diversa mentalità di genere e recuperare quel rapporto con la vita spirituale che è stato tradito dal materialismo: oggi tante chiese cristiane, tante sette cristiane, purtroppo apparentemente legate ai pentecostali, usano la fede per gestire il traffico di esseri umani e quant’altro.

* L’organizzazione della rete criminale e del racket nigeriano presenta caratteristiche particolari sia nei modelli coercitivi usati per costringere le ragazze a prostituirsi, sia per le forme di reclutamento e per le figure che ruotano attorno alla tratta. È infatti possibile delineare tre livelli organizzativi: il reclutamento che avviene attraverso la figura dello sponsor, la tratta vera e propria che avviene attraverso i mediatori e infine lo sfruttamento da parte delle maman. Una volta arrivate in Italia, le ragazze vengono consegnate alla maman che le priva dei documenti e degli effetti personali. Offre loro un posto in cui vivere (posto che dovranno pagare), una sorta di preparazione al lavoro che dovranno svolgere oltre ad adoperarsi a subordinare le ragazze anche attraverso rituali magici affinché il loro grado di soggezione sia sufficiente ad assicurarsi la loro obbedienza.

La maman, spesso è stata a sua volta prostituta e dopo essersi riscattata dal debito ha iniziato la “carriera” di sfruttatrice controllando il lavoro di piccoli gruppi di ragazze (massimo cinque), che consegnano a lei tutti i guadagni fino all’estinzione del debito, dopodiché riacquistano la propria libertà personale.

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