La par­tita ita­liana tra donne e potere

RIPORTO UN ARTICOLO DI MOLTA ATTUALITA’ APPARSO SUL BLOG: http://www.sintesi.it/dossier/scacco-alla-regina/

SOCIETÀ

Scacco alla regina

La par­tita ita­liana tra donne e potere

I luo­ghi comuni da sfa­tare, i dati più aggior­nati, la vita di tre donne imma­gi­na­rie e
sette inter­vi­ste in esclu­siva. Quale sarà la pros­sima mossa?

di Andrea Lugoboni ed Erica Petrillo

Golda Meir, quarto pre­mier nella sto­ria israe­liana e per­so­nag­gio rico­no­sciuto tra i più potenti del XX secolo, veniva defi­nita “l’unico vero uomo al governo”: il suo piglio deciso ed ener­gico asso­mi­gliava molto a quello di un’altra “lady di ferro”, la col­lega bri­tan­nica Margaret Thatcher. L’italiana più popo­lare del 2009 è invece Cristina del Basso: 23 anni, ex con­cor­rente del Grande Fratello, sesta misura di reg­gi­seno. Ama defi­nirsi “ragazza con le palle”.

Quali sono oggi i modelli di lea­der­ship fem­mi­nile? Che peso hanno le donne nelle scelte che contano? Ne abbiamo par­lato con sette pro­fes­sio­ni­ste ai ver­tici nei rispet­tivi set­tori per cer­care di capire come gira dav­vero il mondo. L’Italia è all’ultimo posto in Europa per il tasso di occu­pa­zione fem­mi­nile, di ben undici punti per­cen­tuali sotto la media. Questo signi­fica che le ita­liane sono meno in gamba e ambi­ziose degli uomini, oppure che le regole del mer­cato del lavoro sono pen­sate al maschile? Le donne sono vit­time o car­ne­fici di que­sta situa­zione? E poi, siamo sicuri che sia meglio una donna in uffi­cio che in cucina?

FORTUNATE AL LAVORO, SFORTUNATE IN AMORE

La vita lavo­ra­tiva di una donna ita­liana è un per­corso a osta­coli tra casa e fami­glia. Proviamo a immer­gerci in que­sto equi­li­brio pre­ca­rio dando un’occhiata alla vita pri­vata di tre donne imma­gi­na­rie, cia­scuna rap­pre­sen­ta­tiva di un pezzo d’Italia: l’impresa, la scuola, la casa.

Ecco Silvia: 35 anni, fran­getta bionda mai fuori posto, trucco sem­pre per­fetto. Ai tempi del liceo era la migliore della classe, ora è il diret­tore mar­ke­ting di una società assi­cu­ra­tiva. Silvia fa parte di quell’esigua mino­ranza di donne ita­liane impie­gate in una posi­zione diri­gen­ziale. É una mana­ger rea­liz­zata e apprez­zata dai col­le­ghi, gua­da­gna bene e ha una bella casa col divano di pelle. Solo un rim­pianto: non ha fami­glia. Come poteva con­ci­liare l’impegno lavo­ra­tivo con l’attività di madre? Ha dovuto sce­gliere: o i figli o la car­riera. Anche Elena Casella, diret­trice d’orchestra, ci con­fida: «per avere suc­cesso sul lavoro è richie­sta la capa­cità di spo­starsi in luo­ghi diversi, in tempi ristretti e di lavo­rare spesso in orari serali. Sono suf­fi­cienti que­sti pochi ele­menti per esclu­dere dal mondo lavo­ra­tivo una donna con figli».

Passiamo a Mara: 38 anni, mamma di Luca e Matteo, inse­gnante d’italiano in una scuola ele­men­tare. «Ha l’aria un po’ stanca signora, come mai?». Le mani poco curate rispon­dono da sole: som­mando il lavoro fuori casa con quello casa­lingo, Mara lavora 36 minuti al giorno più di suo marito. Nel corso di un anno diven­tano 27 giorni da 8 ore cia­scuno (da L’Italia fatta in casa, di A. Alesina e A. Ichino). Sotto le occhiaie pro­fonde si illu­mina un sor­riso: la sua vita è una perenne corsa tra lava­trici e cami­cie da sti­rare, ma Mara ha un lavoro che svolge con pas­sione. Per lei la fami­glia è una scelta: fati­cosa e consapevole.

Spostiamoci ora ad Anna: donna ener­gica dalla risata scop­piet­tante. Lei non solo si occupa della casa, dei vestiti da lavare e della spesa, ma bada anche alle due figlie e al suo­cero anziano. Qualche volta però, prima di addor­men­tarsi, si chiede come sarebbe stata la sua vita se non avesse rinun­ciato al sogno di aprire un risto­rante. Con le figlie pic­cole e il suo­cero a casa, è stato eco­no­mi­ca­mente più van­tag­gioso uscire dal mer­cato del lavoro: una badante e una baby­sit­ter avreb­bero assor­bito in ogni caso tutto il suo sti­pen­dio. Certo, se ci fosse stato un asilo nido vicino a casa… ma in Italia solo un bam­bino su dieci rie­sce a otte­nere un posto e, secondo un son­dag­gio della Comunità euro­pea, una donna che lavora invece di dedi­carsi ai figli pic­coli è mal­vi­sta dalla mag­gio­ranza della popolazione.

L’AVVOCATO DEL DIAVOLO

Cosa ci rac­con­tano que­sti tre esempi? Evitiamo facili vit­ti­mi­smi e posi­zioni pre­con­cette. Le donne sono una mag­gio­ranza e se con­si­de­ras­sero intol­le­ra­bile il loro stato vote­reb­bero par­titi e poli­tici che inve­stono nel cam­bia­mento, o fon­de­reb­bero loro stesse un movi­mento. Proviamo ad ana­liz­zare alcuni luo­ghi comuni sulla con­di­zione delle ita­liane, lasciando da parte la reto­rica fem­mi­ni­sta e gli ste­reo­tipi da “angelo del focolare”.

Grafico iscritti asilo nidoPer esem­pio: «dedi­carsi a tempo pieno alla fami­glia con­sente alle donne di avere in media più figli». Ammesso che que­sto sia desi­de­ra­bile, comun­que se guar­diamo ai numeri i figli per donna in Italia sono 1,3 con­tro 1,8 in Svezia e 1,9 in Francia. Si potrebbe però ribat­tere: «quel figlio unico per donna avrà buone pro­ba­bi­lità di cre­scere sereno, cir­con­dato dalle cure materne». Vero, atten­zione tut­ta­via a non con­fon­dere un ambiente fami­liare armo­nioso con la sof­fo­cante defor­ma­zione ita­liana: il “mam­mi­smo”. Il fatto che i ragazzi nel nostro Paese lascino la casa dei geni­tori in media a 30 anni è dovuto sicu­ra­mente a nume­rosi fat­tori – tra cui il pre­ca­riato, il costo proi­bi­tivo della prima casa e degli affitti – ma dipende anche da una situa­zione fami­liare in cui è comodo per i gio­vani sci­vo­lare nel lassismo.

Grafico donne in posizioni di leadershipGli uomini comun­que obiet­te­ranno: «se tutte le donne che ora sono casa­lin­ghe si met­tes­sero improv­vi­sa­mente a lavo­rare fuori casa sarebbe un duro colpo per l’occupazione maschile». Una ricerca pro­mossa da McKinsey (Women Matter, 2007) mostra invece come le entrate di un’azienda aumen­tino fino al 20% dove si spe­ri­menta un mix di genere nei ruoli deci­sio­nali. I posti di lavoro creati dalla cre­scita eco­no­mica bilan­ce­reb­bero quindi la mag­gior com­pe­ti­zione gene­rata dall’ingresso di più donne sul mer­cato del lavoro. Tutti gli osser­va­tori eco­no­mici dicono – e lo ripete anche il gover­na­tore della Banca d’Italia – che se lavo­ras­sero tante donne quanti sono gli uomini, il nostro Pil aumen­te­rebbe del 17 per cento: una “manna” per l’economia.

Grafico donne tempo dedicato alla casaRestano ancora da sfa­tare i vec­chi pre­giu­dizi sulle capa­cità, del tipo «i dati par­lano chiaro, solo un’esigua mino­ranza della classe diri­gente è com­po­sta da donne. Questo signi­fica che evi­den­te­mente le ita­liane sono meno com­pe­tenti e deter­mi­nate». Le sta­ti­sti­che del Miur (mini­stero dell’Istruzione) mostrano però che tra il 2005 e il 2006 oltre il 28% delle 25enni ha rag­giunto la lau­rea, con­tro il 19% dei coe­ta­nei maschi. La domanda quindi è: «se le donne rie­scono meglio a scuola – hanno titoli di stu­dio più alti e, a parità di titolo, risul­tati più bril­lanti – dove viene persa que­sta supe­rio­rità quando dai ban­chi si passa al mondo del lavoro?».

Infine, l’ultimo muro: «le ragazze fre­quen­tano meno le facoltà scien­ti­fi­che: que­sta spro­por­zione si riflette neces­sa­ria­mente tra gli impie­gati nel set­tore indu­striale». Le lau­reate ita­liane in aree disci­pli­nari con­nesse con inge­gne­ria e costru­zioni sono obiet­ti­va­mente poche (solo il 29 per cento), ma que­sto dato è comun­que supe­riore di 4 punti alla media euro­pea, dove invece molte più donne hanno accesso a posi­zioni lavo­ra­tive di responsabilità.

DONNE AL VOLANTE

Milano, gior­nata umida e fredda. Silvia, tail­leur in tinta con la neb­bia mat­tu­tina, scende rapida dalla vet­tura del taxi. Il suono ner­voso dei tac­chi sull’asfalto sem­bra andare a ritmo con il tic­chet­tio del suo ele­gante oro­lo­gio da polso: sono le 8 e 25. Il con­ve­gno “Donne e Tecnologia” è ormai ini­ziato da qual­che minuto. Roberta Cocco, diret­tore mar­ke­ting di Microsoft Italia e respon­sa­bile di un pro­getto dallo stesso nome, ci rac­conta: «gli stru­menti tec­no­lo­gici (inter­net, email, video con­fe­renze) sono fon­da­men­tali per con­sen­tire alle donne di gestire il lavoro anche da casa. Si tratta di pas­sare a una meri­to­cra­zia che valuti i risul­tati e non le ore di per­ma­nenza in uffi­cio». Milena Gabanelli – gior­na­li­sta e con­dut­trice di Report – inter­vi­stata in esclu­siva, con­corda e aggiunge: «l’unica discri­mi­na­zione che con­di­vido è quella che riguarda il merito. Personalmente non ho mai par­te­ci­pato al movi­mento fem­mi­ni­sta né ho incon­trato alcun osta­colo in quanto donna. Ho piut­to­sto vis­suto la potenza della rac­co­man­da­zione, che è molto umiliante».

Nello stesso istante, qual­che cen­ti­naio di chi­lo­me­tri più a Sud sulla carta geo­gra­fica, anche Mara varca un ingresso: quello della classe II B di una scuola ele­men­tare bolo­gnese. Prima di abbas­sare la mani­glia, Mara si aggiu­sta i capelli e sistema il col­letto della giacca: ha biso­gno di qual­che secondo per togliere gli abiti da “mamma” e indos­sare quelli da “mae­stra”. Conciliare lavoro e fami­glia richiede una pre­ci­sione da oro­lo­gio sviz­zero, come ci con­ferma Lucia Impiccini, diret­tore mar­ke­ting di Air France Italia: «con la mater­nità ho sco­perto l’efficacia e l’efficienza, che ora applico con suc­cesso sia a casa, sia in uffi­cio». Per Mara l’organizzazione è impor­tante, ma la col­la­bo­ra­zione del marito Stefano è inso­sti­tui­bile: senza il suo aiuto non sarebbe stato pos­si­bile cre­scere due figli e lavo­rare. Anche una pro­fes­sio­ni­sta affer­mata come Milena Gabanelli si con­fronta quo­ti­dia­na­mente con gli stessi pro­blemi: «ho potuto per­met­termi di dedi­care molto tempo al lavoro per­ché mio marito fa l’insegnante e
poteva essere più pre­sente per nostra figlia. Se così non fosse stato chissà, forse avrei rinun­ciato al mio lavoro».

Quella stessa mat­tina, tra le ban­ca­relle di frutta e ver­dura del mer­cato di Napoli, si aggira Anna: una donna che al lavoro ha dovuto rinun­ciare per dav­vero. Nonostante la ressa e le pesanti borse della spesa, per Anna andare al mer­cato è un pia­cere. Il pro­fumo aspro degli agrumi la riporta con la mente alla sua pas­sione gio­va­nile: la cucina. Anche adesso che l’idea di aprire la trat­to­ria “I due limoni” è chiuso a dop­pia man­data in un cas­setto, Anna non può fare a meno di abban­do­narsi a quel pen­siero felice. Quando per esem­pio imbocca il suo­cero non auto­suf­fi­ciente, quando i bam­bini pic­coli la notte non si addor­men­tano, o quando ancora si sente persa tra ferro da stiro e lavatrici…ecco che quel ricordo fa capo­lino. Un pic­colo locale sul golfo di Napoli – cin­que tavoli, forse sei – tanti fiori in pri­ma­vera e delle belle tova­glie a qua­dri rossi: un posto sem­plice insomma, ma pulito e acco­gliente. Anna non sa nulla di poli­tica, ma se avesse sen­tito ciò che la sena­trice Emma Bonino ha detto per le pagine di Sintesi, sarebbe cer­ta­mente stata d’accordo: «occor­rono più risorse per ser­vizi di cura e assi­stenza che libe­rino le donne ita­liane dalla sorte che è toc­cata loro: occu­parsi di tutto ciò che lo Stato non fa, dal baby­sit­ting alle badanti. C’è biso­gno di una rivo­lu­zione cul­tu­rale, di una diversa ripar­ti­zione delle respon­sa­bi­lità in fami­glia e nel mondo del lavoro: lo Stato può aiu­tare que­sta rivo­lu­zione e incoraggiarla».

– UNA SPECIE DA PROTEGGERE? –

Quattro su cento è la pro­por­zione di pre­senze fem­mi­nili nei CdA delle aziende ita­liane. Quattro paia di scarpe col tacco ogni cento cra­vatte: insomma, una nul­lità. Se i numeri non tra­smet­tono molto, il con­fronto col pano­rama inter­na­zio­nale è d’obbligo. In Norvegia per esem­pio da gen­naio 2008 almeno il 40% dei mem­bri nei con­si­gli d’amministrazione devono essere donne. Per legge. Se un’azienda non è in regola, chiude i bat­tenti. Il prov­ve­di­mento nor­ve­gese è vin­cente anche da un punto di vista stret­ta­mente com­mer­ciale: «il mer­cato è com­po­sto da uomini e donne – afferma Roberta Cocco – per­tanto è fon­da­men­tale che le scelte prese nei CdA siano rap­pre­sen­ta­tive del mer­cato e della società». Verissimo, pec­cato che nel Belpaese l’idea di una più equa rap­pre­sen­tanza fac­cia fatica ad affer­marsi. Basti pen­sare che il nostro Parlamento è com­po­sto solo per il 20% da donne, nono­stante que­ste costi­tui­scano oltre la metà dell’elettorato. Negli ultimi anni le pre­senze rosa nelle “stanze dei bot­toni” sono in cre­scita; tut­ta­via l’aumento è tanto lento che, secondo McKinsey, la situa­zione è desti­nata a rima­nere immo­bile per i pros­simi trent’anni. A meno che non si cam­bino le regole del gioco. Tra le misure d’intervento pro­po­ste, le più citate non­ché vitu­pe­rate sono le solite quote rosa. Il dibat­tito è molto acceso e non man­cano posi­zioni diver­genti nello stesso mondo fem­mi­nile. Personalità come Milena Gabanelli sono deci­sa­mente con­tra­rie poi­ché «in poli­tica, come in tutti gli altri ambiti, quello che conta sono le capa­cità». Altre invece, come la regi­sta tea­trale Serena Sinigallia, riten­gono che «metà dei posti dovreb­bero essere asse­gnati alle donne. Se ci sono uomini più qua­li­fi­cati, amen. In un paese patriar­cale e maschi­li­sta come l’Italia, non è ancora tempo di pen­sare al merito; quello verrà dopo». La que­stione è aperta ed ela­bo­rare un modello di suc­cesso per il nostro Paese non è cosa da poco. Quote o non quote, que­sto è il pro­blema. Voi da che parte state?

IN SINTESI

Ore 22 e 30. Una lam­pada da tavolo illu­mina il volto di una donna china sulla scri­va­nia: è Mara che, con una penna rossa in mano e una blu nell’altra, cor­regge i temi dei suoi alunni, dal titolo
“Sogni e pro­getti: rac­conta come ti vedi tra vent’anni”. Chissà cos’avranno rispo­sto quei ragazzi a una domanda tanto dif­fi­cile… Certo il con­di­zio­na­mento dei modelli esterni, soprat­tutto quello di rivi­ste pati­nate e Tv, non può che influen­zare le aspet­ta­tive di un bam­bino. Elena Casella ne è pro­fon­da­mente con­vinta: «sono da tempo alli­bita dai modelli fem­mi­nili (fem­mi­nili? Forse sarebbe meglio defi­nirli “por­no­gra­fi­ca­mente sedut­tivi” o “accu­ra­ta­mente vuoti”) che ven­gono pro­po­sti dai media, mal­grado il mondo delle donne reali sia ben diverso». Concorda anche Marina Spada, inse­gnante di regia presso la Civica Scuola di Milano: «cre­sciamo immersi in una cul­tura che pro­pone per lo più esempi posi­tivi, eroici e di rea­liz­za­zione pret­ta­mente al maschile. Gli esempi fem­mi­nili, anche se di uguale livello, sono in gran parte rimossi o comun­que non valo­riz­zati negli stessi ter­mini. Non scor­dia­moci che la sto­ria la fanno i vin­ci­tori. Se man­cano validi modelli di rife­ri­mento al fem­mi­nile, le donne non avranno mai fidu­cia suf­fi­ciente nelle pro­prie capacità».

Mentre Mara si cruc­cia con que­sti pen­sieri, al set­timo piano di un edi­fi­cio nel cen­tro di Milano, delle chiavi aprono una porta blin­data: è Silvia, appena tor­nata a casa dopo un’estenuante gior­nata di lavoro. È dav­vero esau­sta e non ha ener­gie che per man­giare un boc­cone e infi­larsi sotto le coperte. Anche Anna è molto stanca: le pal­pe­bre pesanti si stanno per chiu­dere sui cal­zini da ram­men­dare, men­tre la voce metal­lica del con­dut­tore tele­vi­sivo si fa sem­pre più fievole.

Dopo aver accom­pa­gnato Silvia, Mara e Anna nel corso di una gior­nata, lasciamo che le nostre tre pro­ta­go­ni­ste tor­nino nel loro luogo d’origine: il mondo dell’immaginazione. Le loro vicende, per quanto fit­ti­zie, asso­mi­gliano a quelle di tante donne in carne e ossa; seguirle ci ha aiu­tato a vivere per qual­che minuto una situa­zione che gra­fici e sta­ti­sti­che non rie­scono a descri­vere altret­tanto effi­ca­ce­mente. Come debba pro­se­guire la loro sto­ria lo sce­glierà cia­scun let­tore. Giudicare que­sto stato di cose in ter­mini di “giu­sto o sba­gliato”, “buono o cat­tivo”, di “donna ver­sus uomo” non ha alcun senso. Ci piace quindi con­clu­dere affi­dan­doci alle parole di Emma Bonino: «la sto­ria pre­sente e futura potrebbe essere diversa. Ma dob­biamo lavo­rare ora per­ché lo sia. Per equità e civiltà, e anche per chi fosse meno sen­si­bile al tema per que­stioni eco­no­mi­che e di benes­sere: come fa un Paese a cor­rere in un mondo glo­bale, com­pe­ti­tivo e dina­mico se sacri­fica, mor­ti­fica, il capi­tale umano migliore – le donne ita­liane? Si può cor­rere una mara­tona senza una gamba? Non credo».

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